Chiude Termini Imerese: la Fiat si prepara a lasciare l’Italia. Un passato antitaliano quello della Casa di Torino
Chiude Termini Imerese: la Fiat si prepara a lasciare l’Italia
Un passato antitaliano quello della Casa di Torino
Federico Dal Cortivo
Ultimo aggiornamento 26-11-2011: Un‘intesa è stata raggiunto tra la Fiat e Cgil-Cisl-Uil e Ugl con la mediazione del ministro allo sviluppo economico Passera, sull’ accompagnamento di circa 640 dipendenti, i quali riceveranno nei prossimi quattro anni un incentivo per raggiungere l’età pensionabile. La notizie è stata spacciata come un grande risultato da tutte le parti e dalla solita stampa embedded (vedere ad esempio Rai News24 e Ansa), in realtà è l’ennesima sconfitta dei lavoratori e del Sindacato, quest’ultimo oramai da anni ridotto a palafreniere degli industriali, visto che la Fiat alla fine ha ottenuto quello che era nelle sue previsioni, la chiusura dello stabilimento siciliano, la sostanza non cambia.

Dopo 41 anni, Termini Imerese, l’importante polo automobilistico Fiat in Sicilia, chiude definitivamente i battenti e 1600 lavoratori si troveranno alle prese con non pochi problemi.
Ha succhiato denaro pubblico per oltre sessant’anni, ora la Fiat ha imboccato la strada della progressiva dismissione degli stabilimenti italiani. Quella che fu la prima fabbrica italiana di automobili, sta lasciando il territorio nazionale nonostante le assicurazioni date a suo tempo dal suo AD Marchionne, degno rappresentante del parassitismo industriale di una società che ha sempre fatto della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite il suo cavallo di battaglia nel secondo dopoguerra; prima invece, come vedremo in seguito, ha contribuito a sabotare la guerra contro gli Alleati.

Fiat Industrial ha comunicato di volere recedere dai tutti i contratti e accordi collettivi sindacali, con una mossa che non ha precedenti in Italia, ma che si inserisce bene nel clima da “padrone delle ferriere” instaurato da Marchionne e Soci, che ha precipitato le relazioni sindacali a livelli ottocenteschi.
Per mercoledì 30 novembre è stato convocato un incontro a Torino tra i rappresentanti del Lingotto e sindacati con all’ordine del giorno “l’estensione del modello contrattuale Pomigliano” a tutti i restanti stabilimenti. Un accordo che ha penalizzato pesantemente i lavoratori che sono stati costretti a subirlo come un vero e proprio diktat, con il rischio in caso di non accettazione delle misure imposte dalla Fiat, di perdere il posto di lavoro.
In Sicilia si chiude quindi un’altra pagina indegna di questa Italia ridotta oramai a terra di conquista del capitale straniero, governata da banchieri e servi di banchieri, e dove oramai parole come “diritto al lavoro” e “giusta retribuzione”, sanciti dall’Art. 4 e 36 ella Costituzione, sono state mandate in soffitta da tempo.
A nulla serviranno gli incontri tra Sindacati e Fiat, se non ha dare fumo negli occhi a chi ancora si illude che il Sindacato in Italia conti davvero qualcosa o che la politica abbia tempo e voglia di tutelare i cittadini di questa Repubblica commissariata dalla Goldman Sachs. Le dichiarazioni amare del Presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo nelle quali si parla di “200 milioni di euro che saranno investiti per l’arrivo di DR Motor, ma che non avrebbero certamente fermato Torino dal chiudere lo stabilimento”, non sono altro che la conferma dell’atteggiamento intransigente e antinazionale assunto dal gruppo piemontese.
La Fiat chiuderà progressivamente le sua fabbriche in Italia, meglio de localizzare altrove dove la manodopera costa meno della metà e se necessario chiudere tutto, del resto un gruppo automobilistico che si trascina oramai con punti di forza sulla Punto e la Panda, con vendite a picco, non ha certo futuro nel grande mercato dell’auto europeo dominato da aziende tedesche e francesi, ma anche statunitensi, che investono costantemente in ricerca e sviluppo.
Nella partita, persa, è entrata anche il neo ministro di fresca nomina del Welfare, Elsa Fornero, la quale dall’alto della sua sensibilità sociale… “si dice contraria a che le medie e grandi industrie abbandonino il Paese, e disponibile come rappresentante del governo per cercare pur nell’autonomia delle parti, a ricomporre la vicenda”.

Ebbene, già il fatto che la Fornero parli di autonomia delle parti, da la misura di quello che sarà l’intervento di un esecutivo liberal liberista espressione dei poteri finanziari extranazionali e bancari, cioè praticamente nullo. L’ordine dato alla scuderia di Monti dal FMI-BCE non è certo quello di risollevare l’Italia, semmai di depredare quel poco che ci rimane, impoverire ancor di più le famiglie, tagliare i servizi sociali e precarizzare il lavoro, per poi ritornare a dedicarsi ai lucrosi incarichi già ricoperti, come la Fornero ci insegna.
La nostra “pasionaria in carriera” è docente di Economia all’Università di Torino, direttore del Centre for Reserarch on Pension and Walfare Politicies, quest’ultimo nato nel 1999 dalla collaborazione tra Università di Torino e Compagnia di San Paolo, è membro del nucleo valutazioni della spesa previdenziale del ministero del Lavoro. Ha lavorato anche per la Banca Mondiale per la quale si è occupata di sistemi pensionistici, ricopre la carica di vice Presidente del Consiglio di sorveglianza del gruppo bancario Intesa S Paolo, scrive per il giornale della Confindustria il Sole 24 Ore e fa parte del comitato scientifico dell’Associazione industriali. La Fornero è una forte sostenitrice del sistema pensionistico contributivo, quello introdotto in Italia dalla Riforma Dini (nel frattempo il suo ideatore si era messo in pensione con il vecchio sistema retributivo) del 1995, che ha solo contribuito a decurtare le pensioni di coloro che oggi lasciano il lavoro e soprattutto dimezzerà quelle di quei tanti giovani con contratti precari che andranno in pensione, se vi arriveranno, un lontano domani. La persona sbagliata nel posto sbagliato la Fornero, della quale converrà seguire attentamente le prossime mosse, che poi Termini Imerese chiuda a lei interesserà alla fine gran poco.
La Fiat –Una Storia contro l’Italia-Il sabotaggio industriale-
La famiglia Agnelli che per anni ha retto le sorti della Fiat può vantare tra i suoi trascorsi anche quello di avere sabotato la guerra che l’Italia stava combattendo contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Dopo essere stata premiata da Benito Mussolini nel 1928 ,che impedì alla Ford di entrare in Italia, la Fiat in cambio iniziò a produrre armi, che a un’attenta analisi si rivelarono per quelle che erano, inadeguate e superate già prima dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, produzione poi continuata durante il conflitto nonostante i pessimi risultati dati nel corso delle operazioni militari. Con l’attenzione rivolta solamente all’interesse aziendale e non nazionale, dopo essersi assicurata il quasi monopolio, la Fiat-Ansaldo fornì sempre e comunque materiale scadente. Tutto questo, come scrive Piero Baroni nel suo ottimo saggio “La fabbrica della sconfitta” Ed. Settimo Sigillo - , anche grazie alla complicità di alti gradi delle Forze Armate come il generale Cavallero, dal 1940 al 1943 capo di Stato Maggiore, che “agì costantemente nell’interesse dell’Ansaldo e della Fiat, contro gli interessi dell’esercito, scartando ad esempio l’acquisizione dell’ottimo carro Skoda e la produzione su licenza del Panzer IV”. In dettaglio nel settore aeronautico la Fiat continuò a produrre come se il tempo si fosse fermato il biplano CR42, già superato nel 1940, ne produsse circa 1500 nei primi tre anni di guerra, mentre in campo tedesco vi era il BF 109 e in quello britannico lo Spitfire. E che dire del fatto che per costruire l’ottimo Macchi 202, dotato di motore Daimler-Benz si allestirono catene di montaggio in altre fabbriche per aumentarne la produzione, ma non in quelle Fiat, che avrebbe sicuramente dato un contributo importante se non essenziale vista la potenzialità dei suoi stabilimenti. Nei mezzi corazzati vale la stessa cosa degli aerei, mezzi inadatti al combattimento come i carri L 3/35 da 3,5 tonnellate, o Fiat 3000. Altrove uscivano dalle fabbriche carri di oltre 20 tonnellate con corazze e armamento adeguati e non risibili come quelli della Fiat. A ciò vanno aggiunti i ritardi voluti nella produzione, come se già si pregustasse la futuro sconfitta dell’Italia, è il caso del carro M13/40 di cui era prevista la consegna di 15 carri al mese nel 1940, 30 nel novembre 1940 e 36 al mese nel 1941. Simili cifre parlano chiaro, di fronte alle ben fornite forze britanniche e dell’Afrika Korps,i nostri soldati erano costretti a centellinare i mezzi, i rinforzi non arrivavano, le battaglie si perdevano. E si perse anche la guerra.

"La Fiat nulla fece per fornire i soldati italiani di un moderno carro da combattimento, all’altezza di quelli germanici e meglio di quelli inglesi” (P.Baroni)
Ultimo aggiornamento (Domenica 27 Novembre 2011 12:44)
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