Bahrain: torturata per un poema
Bahrain: torturata per un poema
 
Monica G Prieto - El Mundo
Traduzione: Europeanphoenix.com
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"Siamo il popolo che ucciderà l’umiliazione e assassinerà la miseria. Siamo la gente che distruggerà l’ingiustizia. Non ascoltate i suoi lamenti, non ascoltate le sue grida?â€
E’ possibile che il regime del Bahrain non presterà orecchie alle sofferenze del popolo, ma le ha prestate a questo poema recitato, in piena rivoluzione popolare, dalla giovane universitaria e poetessa Ayat al-Qormezi, arrestata il 30 di marzo per essere condannata ad un anno di prigione.
Il suo delitto: leggere un poema che secondo il tribunale militare che l’ha giudicata “incita all’odio verso il regimeâ€. Verso un regime sunnita che ha attirato l’odio della sua popolazione a mano libera durante anni di discriminazione contro la maggioranza sciita, il 60% della popolazione, i cui membri non possono accedere agli stessi alloggi né lavori dei loro compatrioti sunniti e a cui è vietato l’ingresso nelle forze di sicurezza.
Le denunce delle ONG internazionali sembravano aver avuto effetto visto che Ayat, di solo 20 anni, è stata sorprendentemente posta in libertà alcuni giorni fa, dopo esser stata obbligata a registrare un video nel quale chiede perdono al re Hamad bin Issa al-Khalifa per aver preso parte alle proteste che chiedevano riforme.
Ma Ayat ha riacquistato la libertà con molto da raccontare: in concreto, le torture patite per mano dei suoi rapitori, le umiliazioni e i colpi ricevuti apparentemente da qualcuno appartenente alla dinastia regnante, secondo quanto denunciato all’“Indipendentâ€. In un’intervista concessa al quotidiano britannico e in un’altra al canale libanese “Al-Manarâ€, questa studentessa ha fornito dettagli inquietanti della sua detenzione e del luogo di prigionia.

Dopo la lettura del poema, racconta, i suoi familiari l'hanno tenuta nascosta per due settimane, timorosi del suo arresto. Quando seppe che la stavano cercando, Ayat decise di consegnarsi, e lì iniziò il suo calvario, nella stessa macchina nella quale la trasportavano. “C’erano quattro uomini e una donna nella macchina. Mi picchiarono e gridarono ‘Sarai violentata, questo è l’ultimo giorno della tua vita’. Ero terrorizzata dall’idea di essere aggredita sessualmente o violentata, ma non dai colpiâ€.
Lungo il tragitto verso la prigione la macchina si fermò per arrestare un’altra donna, membro del sindacato degli insegnanti: entrambe furono condotte al centro interrogatori. Secondo quanto spiegato dalla giovane all’â€Indipendentâ€, gli abusi non sono mai cessati. “In un’occasione mi ordinarono di aprire la bocca e sputarono all’internoâ€.
La cosa più grave è quanto avvennuto successivamente: è stata colpita in volto con fili elettrici, rinchiusa in celle gelate e colpita fino a rimanere incosciente. E non da chiunque, secondo la sua denuncia al quotidiano britannico. “Quando mi stavano coprendo gli occhi riuscii a vedere una donna di circa 40 anni in abiti civili che mi colpiva alla testa con un bastoneâ€. “Mi condussero in numerose occasioni nel suo ufficio per farmi colpire ancora. Mi diceva: 'Dovresti essere orgogliosa degli al-Khalifa. Essi non lasceranno questo paese. Questo è il loro paese'. Quando ha descritto la figura ai suoi guardiani, una volta terminate le torture, questi confermarono, secondo la giovane, che si trattava di un membro della dinastia regnante.
Le torture durarono nove giorni, secondo quanto raccontato ad “Al-Manarâ€, e le lasciarono segni sul viso ed il corpo. “Passai nove giorni di torture nel centro interrogatori malgrado abitualmente gli interrogatori durino solo due o tre giorni. L’investigazione era assurda….Quello che mi interrogava insisteva nel ricordarmi che lo Stato paga la mia educazione, che pagò l’educazione di mio padre. Evidenziava che mio padre lavorava in un ministero e che la nostra casa è di proprietà dello Stato.â€
“Dopo del centro interrogatori mi portarono in un centro di detenuti che ancora non erano stati giudicati. Mi hanno tenuto in isolamento per vari giorni finché sono scomparsi i segni dal mio volto. Fu allora che chiamarono i miei genitori. Non ho potuto parlare con essi per 16 giorni dopo il mio arrestoâ€.
Il 13 di luglio e senza fornire spiegazioni, Ayat è stata messa in libertà . Ieri la giovane non rispondeva al telefono né ai messaggi di questa giornalista. Tutto sembra indicare che le sue prime interviste le sono costate minacce. Nella dittatura del Bahrain, sede della V Flotta statunitense e alleato privilegiato dell’Occidente, la libertà di espressione è un lusso del quale non conviene abusare.
http://www.elmundo.es/blogs/elmundo/ellas/2011/07/22/torturada-por-un-poema.html
Ultimo aggiornamento (Martedì 26 Luglio 2011 14:05)
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